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Il post covid è l'abuso innaturale della plastica monouso

A cura di Marte

Tempo di lettura circa 4 minuti

Tassi di positività all’1,3%, crescite, 2.897 nuovi casi, coprifuochi ballerini alle 22 o alle 23, a cena fuori con altre 3 persone al massimo, gli over 40 vaccinati.

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Gli ultimi mesi sono stati, diciamocelo, una fastidiosa processione di numeri per quelli a cui la matematica è sempre stata poco simpatica.

In queste lunghissime e dilatatissime settimane di pandemia il virus ha monopolizzato ogni statistica e bollettino immaginabile e ci siamo ritrovati, saturi di cifre e previsioni, in un giugno di riaperture, aperitivi che si accumulano e progetti per le ferie.

Nel mare magnum di sushi d’asporto, bagni al mare, sagre e festival che rialzano pian piano la testa rimane, traslucido e ben visibile sulla superficie dell’acqua, il fardello dell’inquinamento da plastiche derivate dal petrolio.

Covid e plastiche

Il virus ha, comunque, rimodulato la nostra quotidianità.

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Se fino alla fine del 2019 i dispositivi di protezione individuale rimanevano un oggetto da relegare a qualche città nebbiosa nelle regioni cinesi o alle sale operatorie in cui avremmo preferito non entrare, oggi ogni mese di mascherine se ne producono più di 129 miliardi in tutto il mondo.

Una media, quindi, di circa 3 milioni di mascherine che vede la luce ogni minuto e va, insieme ai 69 miliardi mensili di guanti in lattice, a occupare quel buco nero di materie plastiche e fibre in polipropilene derivate da petrolio che hanno rafforzato, in questi mesi, l’idea che la plastica e il concetto di monouso siano le uniche soluzioni igieniche in epoca covid19.

Nel cimitero post-utilizzo ci siamo imbattutti tutti: le mascherine finiscono in strada, nei parchi, al mare, e iniziano così un lentissimo processo dei decomposizione che dura all’incirca 450 anni.

Nei mari una singola mascherina può rilasciare fino a 173.000 microfibre al giorno (fonte: Environmental Advances) che si aggiungono alle microplastiche derivate dai processi di degradazione del resto dei materiali plastici.

Questi inibiscono la crescita delle alghe e, in un circolo vizioso senza lieto fine, finiscono per ostacolarne i processi di produzione di ossigeno (e le alghe, di ossigeno, ne producono tanto dal momento che da loro viene il 70% del totale di gas emesso in natura).

Il risultato è che, da qualsiasi prospettiva si consideri la questione, dalle conseguenze di questo continuo scaricabarile in cui ci si illude che una mascherina dispersa chissà dove rimanga soltanto “una mascherina dispersa chissà dove” non si scappa.

Rispetto al 2019, sebbene il volume di rifiuti plastici prodotti non sia aumentato di molto, a preoccupare è la quantità di plastica riciclata che stenta a crescere.

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No alla plastica, oggi più di ieri

I numeri servono a contestualizzare. È per questo che, un po’ come i cavolfiori bolliti, anche se non piacciono a molti, fanno bene a tutti.

Nella produzione dei materiali in plastica finisce circa il 6% della produzione mondiale di petrolio. Il processo finisce spesso, come tristemente noto, nei mari.

Il danno però è a monte. 

La produzione globale di bioplastiche e materiali eco-compatibili ha una carbon footprint (quell’impronta, cioè, che serve a quantificare le emissioni di gas serra generate in un qualche processo produttivo) minore rispetto a tutti i materiali plastici prodotti dalle industrie petrolchimiche.

Il ciclo è continuo: si produce plastica e il viaggio del materiale è dispendioso di energie e risorse dall’inizio alla fine del ciclo.

Se dopo le prime fasi di raffinazione da un litro di petrolio in genere si ricavano 20 ml di virgin-nafta (con una percentuale del 2%), da 2,4 kg di mais si riesce a ricavare 1 kg di PLA (41%) una tra le più diffuse delle plastiche di derivazione vegetale.

Dove finiscono i nostri rifiuti?

In villeggiatura nel sud della Turchia, anche senza Green Pass.

La pandemia ci ha cambiati, ma forse non in meglio. Secondo un’indagine Greenpeace, nel 2020 i paesi europei hanno mandato in Turchia una quantità di rifiuti di 20 volte maggiore rispetto al 2016. Si tratta, spesso, di contrabbando e attività illecite: il 28 maggio scorso, ad esempio, nel porto di Genova sono stati sequestrati 16 container diretti in Turchia, con circa 350 tonnellate di rifiuti e scarti dalle industrie di lavorazione della plastica.

Viene preso in affitto un terreno e lo si stocca con pallet e pallet di scarti plastici. Dopo il ban del gennaio 2018 imposto dalla Cina sull’importazione dei rifiuti dei paesi occidentali nei propri territori, Turchia, Malesia e Polonia sono diventate le principali mete di villeggiatura dei nostri rifiuti. Sulle spiagge e per le strade sono stati trovati i loghi dei sacchetti di Tesco, Lidl, M&S e Sainsbury’s e, ovviamente, anche test covid.

I panni sporchi, ovviamente, non si lavano mai a casa propria.

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Benefit del mondo compostabile

Al mondo della plastica si può porre un freno in molti modi.

Il primo, ovviamente, è quello del consumare in maniera più razionale.

Compriamo quello di cui abbiamo bisogno e, quando lo compriamo, cerchiamo di esaurire tutti gli usi possibili.

Il concetto di trasformazione dell’uso di un prodotto eco-compatibile, a differenza della plastica che resta un prodotto fine a se stesso, va di pari passo con la bellezza del cambiamento.

Con le frontiere in riapertura e un mondo post-covid che inizia finalmente a prendere forma, tutti possiamo dire di aver assistito a una qualche metamorfosi, e i prodotti di origine vegetale che possono essere reimpiegati in mille modi prima di tornare alla terra la metamorfosi ce l’hanno nelle fibre.

Quali sono i vantaggi?

  • Il prodotto compostabile diventa un servizio: il circolo vizioso di rottura della produzione di plastiche inquinanti e, con le giuste condizioni, un impatto di riciclo virtuoso
  • l’utilizzo di materiali eco-compatibili scatenerà un effetto domino, dando impulso anche alla ricerca e all’ottimizzazione dei materiali già esistenti
  • I prodotti in bio plastica di origine vegetale non subiscono gli interessi economici e le relativi conflitti della produzione del petrolio

“Nel nostro mondo esistono ancora luoghi reconditi in cui possiamo ritrovare, nel dialogo e nella familiarità con la natura, nei nostri cuori, ciò che ci rende umani e degni del bello che la vita offre.”
JORN DE PRÉCY

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