Direttiva Europea SUP: sarà la fine della plastica monouso?

A cura di Marte

Tempo di lettura circa 4 minuti

Il prossimo 3 luglio finirà, in parte, una lunga gestazione iniziata tra le scrivanie del Parlamento europeo nel maggio 2019. 

Partorire una legge è sempre un processo flemmatico, procede a scatti, fa inversioni a U e, oltre agli inghippi dei gruppi e delle lobby in ballo, richiede quei tempi di sviluppo che la natura di provvedimenti legislativi di questo tipo presuppone.

Direttiva europea sup contro la plastica monouso

Che cos’è la direttiva SUP?

La direttiva UE 2019/904 sulla riduzione dell’incidenza di determinanti prodotti di plastica sull’ambiente, conosciuta nel gergo come direttiva SUP (Single Use Plastics), è stata emanata nel contesto europeo con l’obiettivo di contrastare l’inquinamento da plastiche monouso, favorire la transizione a un nuovo modello di economia circolare e dare impulso a dei modelli imprenditoriali sostenibili e innovativi.

L’iniziativa rientra in un agglomerato legislativo attuale e sempre in fermento, che si porta dietro la tabella di marcia per la sostenibilità dell’economia comunitaria, l’agenda 2030 e il Circular Economy Action Plan.

Con questi obiettivi in mente, il 5 giugno 2019 la comunità europea ha pubblicato una dichiarazione di intenti e ha fissato un periodo di due anni per lasciare respiro agli stati membri e far sì che questi recepiscano la direttiva SUP e maturino dei piani di esecuzione nazionali validi.

Cosa stabilisce, nel concreto, la direttiva?

Lo scopo è quello di ridurre, soprattutto nell’ambiente marino, la dispersione delle plastiche inquinanti. Negli stati dell’Unione Europea una percentuale che oscilla tra l’80 e l’85% di tutti i rifiuti rinvenuti sulle spiagge è plastica. Di questi il monouso rappresenta il 50% del totale.

Normativa sup monouso plastica vietato

Il focus della direttiva è centrato, quindi, oltre che sugli attrezzi da pesca in plastica, al mondo del monouso in plastica inquinante.

A essere bannati per la legge Europea saranno :

  • tazze e contenitori per bevande in poliestere espanso (con i relativi tappi e coperchi)
  • contenitori per alimenti in poliestere espanso
  • aste dei palloncini (esclusi quelli per uso industriale)
  • agitatori per bevande (le palettine che usiamo per mescolare tè e caffè)
  • piatti in plastica e in carta rivestiti con dei film in plastica
  • posate

La direttiva SUP colpisce, oltre alla plastica PET e al poliestere espanso, anche tutto il mondo della plastica oxo-degradabile. Quella, cioè, alla quale vengono aggiunti additivi per accelerarne la biodegradazione e la frammentazione in piccoli elementi e che diventa un punto di partenza estremamente prolifico per l’inquinamento da microplastiche.

Le misure incentivate sono quelle di eliminazione dei prodotti monouso in plastica laddove sia possibile rimpiazzarli con delle alternative riutilizzabili ed eco-compatibili, di riduzione dei consumi, di specificazione di determinati requisiti sui prodotti e sui materiali e di definizione di regimi di responsabilità dei produttori di plastica, che dovranno coprire i costi delle misure di sensibilizzazione, di quelli per la raccolta dei rifiuti e per la rimozione e il trattamento di quelli dispersi in natura.

L’obiettivo prefissato è quello di raggiungere una percentuale di raccolta differenziata di questi prodotti che arrivi al 90% entro il 2029 (77% entro il 2025).

Lo scorso 31 maggio l’Unione Europea ha, inoltre, emanato le linee guida di esecuzione della direttiva SUP, un tentativo di strutturare degli interventi nazionali che siano quanto più possibile omogenei e sincronizzati.

Cosa c’è che va storto?

Le gravidanze, però, sono tutte più o meno problematiche. 

Questa, in particolare, è mossa da interessi molteplici, vari e spesso avariati, e le contraddizioni non si sono certo fatte aspettare, accendendo i dibattiti, tra l’altro, un mese prima dell’entrata in vigore della direttiva, quasi alla fine di questa gravidanza SUP.

Nelle linee guida di esecuzione e già nella direttiva il problema è sorto quando a esser messi alla gogna sono stati, oltre ai prodotti sopracitati interamente realizzati in plastica, anche quelli rivestiti da film plastico, annullando così quel discrimine fondamentale tra plastica inquinante realizzata da petrolio e bioplastiche biodegradabili e compostabili.

Gli attori in ballo si sono schierati, ovviamente, su più fronti. Vale la pena specificare che l’interpretazione delle leggi europee dovrà trovare una declinazione specifica nazionale e che il primo termine è quello del 2027 per esaminare i risultati ottenuti e fare un bilancio dei primi anni.

Serve, tuttavia, fare un po’ di ordine in questo intrecciarsi di direttive, provvedimenti e voci che si alzano. 

Quell’odiatissimo esercizio di training autogeno che è il contestualizzare è sempre cosa buona e giusta da fare.

Perché le plastiche inquinanti da petrolio e le bioplastiche sono due mondi opposti 

Nonostante le interpretazioni soggettive, il mondo del monouso compostabile, quando il suo utilizzo diventa necessario, è animato da mille motivi per i quali non è possibile assimilarlo alla produzione e al consumo delle plastiche inquinanti derivate da petrolio:

  • Il tempo di degradazione rimane diverso. Una bottiglia in plastica avrà comunque bisogno di 450 anni per degradarsi, mentre un prodotto in PLA (ancor più se in cartoncino rivestito da un sottile strato in PLA) si estinguerà nel giro di qualche mese.
  • Il mondo della produzione della plastica resta un microcosmo mosso da logiche di interesse forti, quelle delle industrie del petrolio. Tentare di scalfire certi sistemi non significa soltanto adottare slogan ambientalisti in maniera superficiale e automatizzata, ma dover fare i conti con una lobby dalle dimensioni notevoli, che riesce sempre a trovare una sedia nelle tavole rotonde in cui si parla di ambiente.
  • A differenza della plastica derivata da petrolio, l’asse attorno cui ruota l’universo produttivo e scientifico delle bioplastiche è una chiave di volta capace di dare impulso e linfa vitale a un settore di punta per l’industria italiana.

La direttiva spinge, insomma, sulle proprietà intrinseche della plastica riciclabile, incasellando quest’ultima all’interno della prospettiva di economia circolare a cui aspira il Green Deal e la legislazione correlata. 

differenza plastica bioplastica

Il punto su cui porre l’accento rimane, però, quello delle enormi potenzialità del settore del compostabile e delle bioplastiche, che della circolarità è, sostanzialmente, uno dei principali promotori.

La stessa direttiva, d’altronde, si riproponeva di premiare i comportamenti virtuosi con crediti d’imposta pari al 10% per tutti i produttori che si sarebbero adeguati allo standard EN 13432:2002 sugli imballaggi biodegradabili e compostabili.

A oggi soltanto il 12% di materiali e risorse secondarie è riportato nell’economia

Puntare sulla riciclabilità della plastica dovrebbe essere una strategia coordinata (se non subordinata) alla valorizzazione di materiali a essa sostitutivi, più sostenibili ed eco-compatibili.

Noi di Ekoe abbiamo deciso di adottare comportamenti responsabili proponendo solo monouso certificato Uni En 13432 essendo certi che diventano compost solo in poche settimane.

Prima o poi sarà inevitabile sganciarsi da quest’economia lineare e stantia.

Tagliare il cordone ombelicale sarà faticoso e logorante, ma il gioco, siamo sicuri, varrà la candela. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

magnifiercrosschevron-downtext-align-left
Carrello della spesa
Apri la chat
Benvenuto in Ekoe, ci siamo tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00 ma non di sabato e di domenica ma soprattutto nessun robot che risponde, come possiamo aiutarti?
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram